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Patagonia in fiamme, tra disastro ambientale e manifestazioni di protesta

Sono circa 500 le case distrutte dall'incendio che da una settimana sta devastando diverse zone della Patagonia argentina, nelle provincie di Rio Negro e Chubut, a ridosso delle Ande. Il fuoco, cominciato martedì 9 marzo in sette punti della valle contemporaneamente, ha provocato già la morte di due persone, e altre tre si trovano in prognosi riservata nell'ospedale locale di Esquel. La provincia di Chubut ha dichiarato lo stato di disastro igneo per un anno, e 200 dotazioni di pompieri stanno cercando di mettere sotto controllo le ultime fiamme.

Ancora non c'è una versione ufficiale intorno all'origine dei focolai né della quantità di ettari distrutti, ma la dinamica dei roghi lascia presumere un gesto intenzionale. Secondo dichiarazioni fatte dagli abitanti della zona a diversi mezzi di comunicazione locali, i terreni più colpiti sono quelli al centro di una lunga disputa per interessi immobiliari. Altri associano gli incendi ad un attacco diretto contro le popolazioni della zona, da mesi in conflitto con le autorità provinciali e aziende locali e straniere per l'installazione di progetti minerari nella zona.

Il governo di Alberto Fernandez ha promesso investimenti per circa 200.000 euro per soccorrere le famiglie più colpite dalla catastrofe. Durante la sua visita alle località interessate però, il furgone su cui viaggiava è stato attaccato con una fitta sassaiola da un gruppo di manifestanti anti-miniere, ed il resto del viaggio presidenziale è stato sospeso per motivi di sicurezza.

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