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Le sfide latinoamericane di Joe Biden

L'arrivo di un nuovo presidente democratico alla Casa Bianca apre un periodo di forti aspettative in America Latina. Quando era vicepresidente di Barack Obama, Biden ha visitato per ben 16 volte la regione (Trump è stato il primo presidente ad averlo fatto solamente una volta se si esclude il Messico, durante il G20 di Buenos Aires), e nei suoi scritti ha affermato più volte di avere un occhio di riguardo nei confronti del Centroamerica e la relazione che gli Usa possono stabilire coi propri vicini meridionali più prossimi. É proprio nella zona del “Mediterraneo Americano”, come più volte è stato ribattezzato dagli studiosi di geopolitica statunitensi, che si trova il dossier più impellente nel breve termine della politica del nuovo presidente. La svolta nell'approccio alle migrazioni è già in corso. La nuova amministrazione prevede per i prossimi mesi la regolarizzazione di 11 milioni di centroamericani residenti negli Usa, l'estensione dello Status di Protezione Temporanea (TPS) ai migranti provenienti da Honduras, El Salvador ed Haiti minacciata dalla politica Trump, la sospensione della costruzione del muro al confine col Messico, il ricongiungimento dei minori separati dalle proprie famiglie al confine e il rilancio degli incentivi alla permanenza per i cosiddetti “dreamers”. Insomma, un giro di 180 gradi rispetto alle misure adottate dal governo uscente, ma che non prevede una revisione delle tendenze di fondo nei rapporti coi propri vicini: nel primo dialogo telefonico col presidente messicano Lopez Obrador, Biden avrebbe lasciato ben chiaro che la terziarizzazione dei respingimenti alla frontiera col Guatemala resterà invariata, così come il finanziamento -si parla di 4 miliardi di dollari in arrivo nei prossimi mesi- di progetti per lo sviluppo nel triangolo nord centroamericano (El Salvador, Honduras e Guatemala) a cambio di maggior controllo dei flussi migratori. Anche la subordinazione dei rapporti economici all'adempimento dei ruoli richiesti nel contenimento delle ondate di migranti da parte dei governi latinoamericani avrà continuità nella nuova amministrazione.

I tre paesi che concentrano la maggior attenzione da parte di Washington nella regione per ragioni politiche e strategiche si affacciano anch'essi sul Mar Caraibi: Venezuela, Cuba e Nicaragua. Si tratta di governi che trovano nella contestazione al ruolo egemone degli Usa nel continente parte della propria identità politica, e verso i quali gli Stati Uniti hanno modificato il proprio approccio negli ultimi decenni. Il caso più evidente in questo senso è quello cubano. Donald Trump si è assicurato di dare un ulteriore colpo al disgelo iniziato da Obama e Raúl Castro nel 2014, includendo l'isola tra i paesi patrocinatori del terrorismo a livello globale pochi giorni prima di concludere il suo mandato. Sebbene l'impostazione di Biden sembrerebbe inclinarsi verso la distensione, L'Avana ha già chiarito che non darà ulteriori concessioni politiche a cambio dell'allentamento delle 200 misure prese da Trump per rafforzare l'embargo e isolamento di Cuba. Insomma, sarà la Casa Bianca che dovrà dimostrare di voler riprendere la via del dialogo con azioni concrete, non Diaz Canel. Un tema che risulta sempre molto delicato, visto che il rilassamento o inasprimento dei provvedimenti verso Cuba e Venezuela modificano in modo sostanziale l'umore di importanti settori della politica e dell'imprenditoria statunitense, particolarmente tra gli esuli, e anche di fette sempre maggiori dell'elettorato. Su Caracas, in ogni caso, la nuova amministrazione ha già parlato chiaro: il governo Maduro va considerato “una sanguinosa dittatura” secondo il nuovo Segretario di Stato Antony Blinken. D'altronde le prime sanzioni economiche, e soprattutto il decreto esecutivo che dichiara il Venezuela “una minaccia per la sicurezza nazionale” degli Usa era stato firmato da Obama. Trump ha semplicemente approfittato della svolta a destra dei governi latinoamericani cominciata nel 2015 per costruire maggior consenso intorno all'isolamento finanziario e diplomatico di Caracas, sostenuto soprattutto attraverso il “Gruppo di Lima”. Il tutto amalgamato con una certa retorica trumpiana e guerrafondaia che ha messo in imbarazzo anche più di un alleato. La scommessa fatta su Juan Guaidó si è dimostrata sotto ogni punto di vista fallimentare, e nonostante la critica situazione economica e sociale, il chavismo mantiene ben saldo il controllo di governo e forze armate, giovando anche di un certo appoggio popolare non indifferente. Il dossier Nicaragua è quello di più recente riapertura. Dopo le manifestazioni represse nel sangue a Managua nel 2018, la pressione internazionale sul governo di Daniel Ortega è aumentata rapidamente. L'Organizzazione degli Stati Americani, storicamente diretta dal governo statunitense, ha già lanciato il monito per considerare illegittimo il processo elettorale previsto per il prossimo 7 novembre e in cui Ortega cercherà l'ennesima rielezione.

La ripresa economica dopo la crisi che ha significato la pandemia in America Latina sarà sicuramente una delle preoccupazioni principali nelle relazioni emisferiche. Trump aveva lanciato nel 2019 l'America Grows Initiative, un ambizioso piano di finanziamento per lo sviluppo che riunisce fondi di diverse entità statunitensi per la realizzazione di progetti in telecomunicazioni, trasporti ed energia. Insieme all'elezione di Mauricio Claver-Carone alla presidenza della Banca Interamericana di Sviluppo, rappresentava il tentativo di Trump di controllare la maggior porzione possibile dei fondi internazionali per la costruzione di infrastruttura in America Latina. La regione inoltre ha raddoppiato il proprio debito nei confronti del Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale durante la pandemia, e in entrambi gli organismi il governo statunitense controlla la maggior quantità di voti per la concessione di ulteriori prestiti o piani di ristrutturazione. Si tratta delle principali armi, al di là della storica influenza, che Washington può sfoggiare per contrastare l'espansione cinese nella regione. Pechino, rivale sistemica degli Usa a scala planetaria, si è trasformata negli ultimi 20 anni nel primo o secondo partner commerciale della maggior parte dei paesi latinoamericani, ha costruito ferrovie, autostrade, centrali nucleari, miniere e dighe in tutte le latitudini latinoamericane. Insomma, la Cina rappresenta ormai una sfida più che seria per gli Stati Uniti anche nel loro storico “cortile sul retro”, e Biden ha già impostato il suo governo sul mantenimento del contrasto col rivale asiatico su tutti i piani.

Insomma, l'amministrazione Biden si presenta come una proposta di cambiamento della forma, ma di continuità della sostanza nel rapporto con l'America Latina. Una novità però sembrerebbe proprio esserci, e non sempre positiva per i governi della regione. Biden ha più volte chiarito la sua intenzione di subordinare la relazione con i paesi sudamericani, specialmente quelli amazzonici, all'applicazione di politiche ambientali di preservazione del principale polmone del globo. Per alcuni governi latinoamericani, come quello di Jair Bolsonaro, un'esigenza simile rappresenta un freno imposto allo sviluppo industriale, oltre a un’intromissione negli affari interni del proprio paese, e sono disposti a dare battaglia. Ma Biden lo aveva già avvertito durante la campagna elettorale, quando propose in diretta TV un fondo internazionale per la salvaguardia della foresta amazzonica, cosa che fece infuriare diplomatici di mezzo continente.

A questi temi potrebbero aggiungersene molti altri: la politica contro il narcotraffico, in cui gli Usa hanno storicamente spinto verso una soluzione militarista che non solo non ha ridotto il problema ma ha provocato decine di migliaia di morti innocenti; le relazioni commerciali, e lo stabilimento di nuovi accordi di libero scambio o l'inclusione di paesi latinoamericani in proposte più ampie come l'Accordo Transpacifico; le relazioni diplomatiche con i governi progressisti, da sempre una spina nel fianco e ora, dopo Argentina e Bolivia, alla ribalta anche in paesi dove si prevedono elezioni nel 2021 come Ecuador o Cile. Ripristinare l'immagine internazionale di Washington dopo l'era Trump, anche in una regione in cui mantiene ancora un dominio indiscusso, sarà comunque piuttosto difficile.

Federico Larsen