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Il mondo piange Maradona: addio al Pibe de Oro

Era nato povero in una città povera dell’Argentina orientale, Lanus, ha arricchito tutto il mondo cui è appartenuto in parti uguali, ma Napoli e i napoletani in una parte più uguale delle altre: dotato di un talento sconfinato, di una sregolatezza che lo ha cacciato nei guai più volte, di una personalità strabordante che lo ha reso un’icona mondiale del Sud America, come Che Guevara, come Fidel Castro: a 60 anni appena compiuti, Diego continuava a far parlare di sé qualunque cosa facesse, e oggi è riuscito di nuovo nell’impresa, spegnendosi nella propria casa di Tigre, in Argentina, per un arresto cardiaco.

Come calciatore, esplose nell’Argentinos Juniors per passare ben presto al Boca, il più titolato dei club argentini, diventando in pochi mesi l’idolo della Bombonera, la caldissima curva del club di Buenos Aires. Inevitabile, per uno col suo piede sinistro, il suo carisma, la sua esplosività sul campo, l’approdo in Europa. Ma dopo un biennio al Barcellona, Maradona compie una scelta di vita strana per tutti, coerente con le proprie origini: tornare giù, dalla parte “dei più deboli”, in ossequio alle sue mai nascoste convinzioni politiche che lo videro stringere un forte legame di amicizia con il Lider cubano Fidel Castro, con cui da oggi Diego condivide anche la data di morte, il 25 novembre, ma anche con l'ex presidente venezuelano Hugo Chavez.

Il rapporto simbiotico con Napoli 

Nel 1984 Maradona sceglie l’Italia, e sceglie Napoli, forse la città europea più vicina al suo Sud America: sarà la passione della gente, sarà la torcida della Curva B o l’amore di Diego per il popolo, ma quello tra il Napoli e Maradona diventa ben presto un rapporto simbiotico, in cui il Diez si esalta e trasforma una buona squadra che non aveva mai vinto un campionato in una corazzata: trascinato dal Pibe de Oro, il Napoli dei gregari Garella, Renica, Bruscolotti (ma anche ovviamente di Careca, Giordano, Mauro, De Napoli) e del mister Ottavio Bianchi diventa più forte della Juve e del Milan, oligopolisti della Serie A degli Anni 80, sfidandoli e sconfiggendoli per ben due volte, le prime e uniche nella storia degli azzurri, nel 1986-87 e nel 1989-90.  

“Maradona è megl’e Pelé” è il coro in voga in quegli anni, e l’eterno dubbio su chi sia stato il migliore di sempre tra lui e il campione brasiliano, con cui la rivalità a distanza è sempre stata fortissima almeno quanto il rispetto reciproco, rimarrà insoluto per sempre: oggi in molti inseriscono Leo Messi come terzo incomodo, ma Diego – ricordano i meno giovani - al contrario della Pulce ha fatto la storia anche con la maglia della Nazionale.

Diego mondiale, dalla Mano de Dios al doping 

Il mondiale di Messico 1986 è quello che lo consacra definitivamente: come il suo Napoli, anche quell’Argentina di Batista, Valdano, Burruchaga non è più di una buonissima squadra, non certo la favorita numero uno. Maradona però la prende per mano – letteralmente – e la porta sul tetto del mondo. E’ il quarto di finale con l’Inghilterra all’Azteca, in particolare, il match in cui Maradona decide di diventare, per sempre, Maradona, col suo carico di talento, astuzia, provocazione e politica: prima quel tocco con il pugno, la Mano de Dios, che beffa il portiere Shilton e soprattutto l’arbitro; poi quella pazza, interminabile fuga da dietro il centrocampo, il telecronista impazzito, gli avversari come birilli, la palla in rete, il gol più bello della storia del calcio. La vendetta  – disse poi Diego – per l’invasione inglese delle Falkland Malvinas, sfociata in guerra appena quattro anni prima.

Quattro anni dopo, fresco di scudetto, Maradona ci riprova ai mondiali d’Italia, riuscendo perfino a spaccare i tifosi napoletani in occasione della semifinale con gli azzurri giocata, scherzi del destino, proprio al San Paolo: vinse la Celeste ai rigori ma, disse Beppe Bergomi anni dopo, “se avessimo giocato a Roma sarebbe finita diversamente”. Usa 1994 è il canto del cigno, il mondiale della triste caduta: l’ultima immagine è il suo urlo alle telecamere dopo un bel gol alla povera Grecia, un urlo strozzato dalla notizia della positività alla cocaina che chiuderà il suo mondiale, e di fatto la sua carriera.

Diego ci era arrivato già in fase discendente, fiaccato da anni di trionfi, ma anche di vita sregolata e scelte sbagliate, tra problemi con la droga, l’accusa di legami con alcuni boss della camorra, un figlio mai riconosciuto e problemi con il fisco che gli resero impossibile per anni il ritorno in Italia. Ma Diego Armando Maradona era, a detta di chiunque lo conoscesse, un buono,  un generoso, uno che forse ha finito per pagare a caro prezzo la sua generosità. Nei mesi scorsi, durante lo stop forzato dei campionati a causa del coronavirus, si era reso promotore dell’apertura di un fondo, presso la Federcalcio argentina a favore dei giovani calciatori delle serie minori, rimasti senza stipendi non certo milionari come quelli cui era abituato lui. “Mi chiedo se la gente continuerà a volermi bene per sempre” aveva detto nell’ultima intervista rilasciata al Clarìn: a giudicare dalle reazioni provenienti oggi da tutto il mondo, è probabile di sì.

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