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Aumentata del 150% la violenza contro le comunità indigene con Bolsonaro

Il Consiglio Indigenista Missionario del Brasile (CIMI), entità legata alla conferenza episcopale del paese, ha pubblicato uno studio che rivela un aumento del 150% delle violenze contro le comunità indigene brasiliane nel primo anno di governo di Jair Bolsonaro. Il documento raccoglie dati sulle condizioni di vessazione subite dalle comunità e li organizza in 19 categorie. In 16 di esse, le denunce sono aumentate in modo significativo nel 2019 rispetto al 2018. Le invasioni territoriali, e danni al patrimonio delle comunità sono passate da 109 casi a 256. Quadruplicate le minacce di morte. Triplicate le lesioni deliberate contro membri delle comunità e le morti per mancato soccorso. Tra i casi più preoccupanti, si registrano 24 tentativi di omicidio, 10 aggressioni sessuali e 20 omicidi in secondo grado.

Il principale motivo delle violenze subite dalle comunità ancestrali è il controllo dei loro territori. In Brasile esiste una legge che prevede l'inviolabilità dei territori indigeni, ma essi devono essere segnalati direttamente dallo stato. Dall'arrivo al potere di Bolsonaro, il processo di demarcazione dei territori indigeni è stato chiaramente intralciato nonostante gli ordini spiccati dal ministero di giustizia. Delle 1.298 terre indigene, 829, cioè l'83% di esse, non hanno ancora concluso il procedimento dando origine a conflitti con privati che si risolvono spesso in violenze. A questo di aggiunge anche l'inasprimento degli incendi dolosi appiccati nella regione amazzonica durante l'ultimo anno e che preoccupa a livello globale. Nel 2020 sono stati registrati quasi 140.000 incendi, che in molti casi hanno obbligato le comunità indigene e contadine ad abbandonare le proprie terre, nel timore che avanzino su di esse i progetti immobiliari o dell'agrobuisness.

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