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Argentina, gli intellettuali si oppongono a progetto cinese di allevamento suino

Una petizione lanciata da intellettuali e accademici durante l'ultima settimana in Argentina chiede di interrompere un progetto per la produzione di carne suina da esportare verso la Cina, discusso tra il ministro degli esteri argentino, Felipe Solá, e quello del commercio della Repubblica Popolare, Zhong Shan, a inizio luglio. La bozza della “associazione strategica” prevede che il paese sudamericano incrementi la propria produzione di carne suina fino a 900mila tonnellate, il 50% in più rispetto al livello attuale, per supplire le ingenti perdite subite dalla produzione cinese in questo ramo dovute d un focolaio di G4 EA H1N1, o peste suina africana. Si calcola che Pechino stia cercando di assicurarsi l'importazione di 18 milioni tonnellate di carne suina all'anno e, nel caso dell'Argentina, sarebbe disposta a sborsare 4,8 miliardi di dollari per assicurarsi la produzione. Sebbene non esista ancora un contratto né accordo ufficiale tra i due paesi, diversi professori delle principali università argentine e gruppi ambientalisti hanno già lanciato l'allarme. Secondo questa denuncia, un volume simile di produzione obbligherebbe a ricorrere a grandi centri di allevamento intensivo, che negli ultimi anni si sono trasformati in focolai di malattie, alcune persino contagiose per l'uomo. Nella petizione divulgata online, si avverte che l'Argentina è già tra i 10 paesi col maggior tasso di disboscamento del mondo, e che un progetto del genere potrebbe aumentare questa tendenza. L'Argentina, e più in generale i paesi sudamericani, sono particolarmente allettanti per questo tipo di investimenti dovuto all'enorme disponibilità di terra e soprattutto di acqua dolce. Inoltre la maggior parte di loro permettono l'uso di antibiotici e pesticidi che in altri paesi sono proibiti. Finora, infatti, l'Argentina solo esportava soia e mais geneticamente modificati come mangimi dei suini allevati direttamente in Cina, primo socio commerciale del paese proprio grazie a questo settore. Non esistono per ora versioni ufficiali e definitive dell'accordo. Il ministero degli esteri per ora solo ha reso noto un comunicato stampa in cui assicura che intende gestire la proposta in modo “prudente, monitorando le buone prassi e integrando tecnologia di punta per ridurre l'impatto sull'ambiente”.

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