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Dia do Colono, un omaggio ancora attuale all’epopea dell’immigrazione in Brasile

Il 25 luglio è, in Brasile, la giornata dedicata al “colono”; in una certa maniera è la festa di ogni brasiliano, di milioni di discendenti di quella eroica schiera di immigrati provenienti da Paesi e continenti diversi. Il Brasile che noi conosciamo l’hanno costruito gli immigrati. Soprattutto gli italiani.  

Alla fine dell’ottocento, quando l’Italia si apprestava a divenire uno Stato unitario, il Brasile non aveva che dieci milioni di abitanti e il Rio Grande do Sul (esteso poco meno dell’Italia) meno di mezzo milione, dislocati perlopiù sulla costa atlantica. La zona di montagna, la Serra ancora ricoperta da foreste di araucaria, era terra di nessuno, abitata solo da animali e da residue tribù indigene. 

Il governo decise così di iniziare una massiccia politica immigratoria dall’Europa per riempire il territorio e metterlo a coltura, favorire la piccola proprietà contadina di lavoratori liberi rispetto alle immense proprietà terriere di origine portoghese, fondate sul lavoro schiavo. 

Il territorio più delicato era proprio il Rio Grande, il più fertile, percorso da fremiti separatisti mai sopiti anche dopo la fine della Guerra dei Farrapos (1835-1845), quella in cui si era infilato Garibaldi dopo la fuga dal Piemonte. Qui, nella serra, fu delimitata una zona coloniale vasta più o meno come la Pianura Padana, e vi fu indirizzata, negli ultimi decenni dell’800, una parte della folla di emigranti italiani che dopo l’Unità d’Italia fuggivano dalla miseria delle campagne per cercare terra e lavoro nel nuovo mondo. 

Dopo un viaggio sfibrante – via oceano fino a Santos e da Santos a Porto Alegre, quindi via fiume e poi a piedi fino alla zona coloniale – approdarono in queste montagne circa settantamila famiglie, per la maggior parte provenienti dal Veneto. Ricevettero lotti di terreno mal delimitati nei boschi, gli attrezzi indispensabili per disboscare e seminare e fu detto loro di arrangiarsi. 

I primi anni furono drammatici. «È doloroso, è orribile il seguire gl’infelici emigranti nel loro Calvario», scrivono gli ispettori italiani che dal consolato di Porto Alegre cercavano di seguirli e inviavano relazioni al nostro Ministero degli Esteri proponendo misure a loro favore, sempre disattese. Qui, invocano i consoli, occorrono maestri elementari, medici, una linea diretta di navigazione fra Genova e Porto Alegre. Qui stava nascendo una “nuova Italia” che contribuiva con le rimesse alla ricchezza nazionale (incredibilmente, questa gente risparmiava e mandava denaro in Italia), ma chiedeva anche aiuto. Invece non fu fatto nulla. 

I coloni fecero tutto da sé. Molti «vivono in uno stato semiselvaggio, non osano mostrarsi quando passa un viaggiatore ». A salvarli fu il clima sano di montagna, ventilato, con stagioni ben differenziate. E poi la coesione familiare, la solidarietà reciproca, il senso religioso forte che avevano portato dall’Italia. L’isolamento mantenne viva la lingua, la parlata dialettale veneta (nessuno parlava italiano), che è sopravvissuta e oggi è riconosciuta per legge come patrimonio culturale del Rio Grande del Sud, il Talian. 

Più forte della disperazione fu tuttavia la libertà da ogni servitù che offriva loro il Brasile, la prospettiva della proprietà della terra che era stata negata loro in Italia. Già alla vigilia della seconda guerra mondiale, una quarantina d’anni dopo i primi arrivi, la zona era irriconoscibile. Dove c’era prima la foresta, ora c’erano paesi, strade, coltivazioni, un’attiva rete di scambio. «Predominano le case di legno – scrive il console italiano Giovanni Battista Beverini nel 1912 – tutto, in esse, vi dà l’idea del lavoro febbrile, materiale; nulla, neppure il letto, offre l’idea del riposo». 

I lotti di terreno erano stati riscattati e avevano fatto nascere una nuova classe di piccoli proprietari. A prezzo di inenarrabili sacrifici era avvenuto esattamente quello su cui aveva puntato il governo creando la colonia italiana: era nato un inedito modello sociale di lavoratori autonomi, di piccoli imprenditori, sconosciuto nel vecchio Brasile portoghese a economia servile. Delle sofferenze d’un tempo rimane ormai solo il ricordo, anche se l’espressione “colonia” continua ad essere usata per indicare il vecchio territorio italiano. I discendenti di quei contadini analfabeti sono diventati oggi la classe dirigente del Rio Grande do Sul, al quale hanno dato, nel dopoguerra, sette governatori e una nuova generazione di storici, sempre più attivi nelle università. I loro studi, a partire da quelli pionieristici del compianto Frei Rovilio Costa (1934-2009), tendono a dimostrare come l’emigrazione europea (italiana in primis) e la colonizzazione non rappresentino una storia minore ma siano, al contrario, parte integrante e decisiva del processo di costruzione della nazione e dello Stato. “La tesi che se ne può ricavare – ha scritto lo storico italiano Gianpaolo Romanato - è tanto suggestiva quanto innovativa per la cultura nazionale: il Brasile moderno non è un paese monocentrico ma policentrico, tuttora in divenire, alla cui costruzione hanno contribuito e contribuiscono tanto le componenti tradizionali, di origine coloniale, quanto quelle derivate dall’emigrazione”. 

E di quest’ultima componente, quella italiana ha costituito senza dubbio la parte più rilevante sia in qualità che in quantità. Una storia che ci riempie di orgoglio, ma anche di tanta responsabilità per il futuro del Paese che ci ha accolto a braccia aperte e che noi tutti amiamo.

Fabio Porta