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L'ambasciatore cubano: dall'Italia grande apprezzamento per l'aiuto dei nostri medici

“L’intervento delle due brigate di medici e infermieri cubani ha avuto un effetto davvero impattante nella lotta al coronavirus in Italia. Tutti ce lo hanno riconosciuto, dalla popolazione di Crema ai medici, fino alle autorità istituzionali. Le differenze idiomatiche sono state assolutamente messe da parte dalle capacità mediche, dall’attitudine umana, che ha reso possibile la collaborazione con i medici italiani e che i pazienti reagissero in maniera positiva, veramente impressionante”. Intervistato via web da Cubavision International, l’ambasciatore cubano in Italia José Carlos Rodriguez Ruiz ha ripercorso le tappe che hanno portato due delle brigate di medici cubani Henry Reeve in Italia per aiutare la sanità italiana nel pieno dell’emergenza Covid.

La prima, ricorda l’ambasciatore, è arrivata nella città di Crema il 22 marzo: “Fino ad allora tutto il Paese era nel mezzo dell’emergenza, soprattutto al nord. Con blocchi totali in alcune località e centinaina di morti al giorno era molto difficile sostenere il flusso di gente che arrivava negli ospedali. E anche molti medici e infermieri sono stato contagiati”. La presenza di medici e infermieri da Cuba perciò “ha avuto un grande impatto, in molti l’hanno detto esplicitamente, hanno visto i nostri medici come salvatori per l’aiuto dato, per la professionalità e la capacità dimostrata nella situazione di emergenza. Ciò ha reso possibili risultati immediati, lavorando in un ospedale d’emergenza costruito in tempi record.

A metà di aprile sono giunti altri rinforzi. “Anche la Regione Piemonte, molto colpita per la crescita dei casi, ci ha fatto una richiesta simile di aiuti medici di emergenza e allo stesso modo, e con grande celerità, le autorità  cubane hanno risposto immediatamente, e pochi giorni dopo è stato inviata una seconda brigata. Anche in questo caso la regione ci ha fatto lavorare in un nuovo ospedale d’emergenza a Torino, con 22 posti letto”. Secondo l’ambasciatore Ruiz anche questa “è stata una seconda esperienza impattante di battaglia per la vita, di dimostrazione del rigore e dell’expertise dei nostri medici. Abbiamo lavorato insieme ai medici italiani, ma le differenze linguistiche non hanno influito sul grande lavoro fatto”.

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