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Anderson, Oliver, Giovanni, Pedrito: ma quanti sono i George Floyd dell'America Latina?

Si chiamavano Anderson Arboleda, Oliver Lopez, Giovanni Lopez, Joao Pedro, vivevano in Colombia, in Messico, in Brasile. Hanno fatto la stessa fine di George Floyd, il quarantaseienne americano la cui brutale uccisione da parte di un poliziotto a Minneapolis ha portato la comunità afroamericana a mettere letteralmente a ferro e fuoco molte città statunitensi: uccisi senza aver fatto nulla, senza aver opposto resistenza. In alcuni casi c’è anche un video a testimoniarlo, che però non ha fatto il giro del mondo perché censurato, e in parte perché l’America Latina fa meno notizia di quella yankee. Ma nei rispettivi paesi, almeno il web si sta infiammando per chiedere giustizia, per affermare che lo slogan #BlackLivesMatters deve valere in ogni angolo del pianeta.

Anderson Arboleda era un ragazzo di colore di 24 anni di Puerto Tejada, 500 chilometri a est della capitale colombiana Bogotà: i suoi funerali si sono appena svolti, pieni di gente che indossava maglie con la sua immagine stampata per l’occasione e un coro unico: “Vogliamo giustizia”. Secondo le testimonianze dei suoi famigliari, Arboleda è stato aggredito il 19 maggio scorso da un poliziotto, che lo avrebbe colpito più volte al capo con una mazza di legno, causandogli lesioni cerebrali multiple e la morte dopo 3 giorni di coma. Il motivo: essere uscito di casa interrompendo la quarantena imposta dall’emergenza Covid.

Più o meno per lo stesso motivo è morto Giovanni Lopez, 30 anni, residente a Guadalajara, capitale dello stato di Jalisco, nel Messico centrale: coinvolto in una retata della polizia davanti a un ristorante diretta alle persone che non indossavano le mascherine copri-bocca: colpito più volte e portato via, è morto a causa di traumi multipli alla testa. L’accaduto ha messo ancora di più nell’occhio del ciclone il governatore di Jalisco, Enrique Alfaro, già accusato di star usando un eccessivo pugno di ferro per fronteggiare l’emergenza Covid: sulla rete è partita la protesta guidata dall’hashtag eloquente #AlfaroAsesino.

Un altro Lopez, Oliver, è stato assassinato sempre in Messico dalla polizia municipale, questa volta nella città di confine con gli Usa di Tijuana. La notizia risale allo scorso 29 marzo, ma la sua eco non si è ancora spenta, almeno in Messico, trascinata anche da un video che riprende gli ultimi momenti di Oliver: cinque agenti lo aggrediscono, uno gli preme lo stivale sul collo mentre Oliver è a faccia in giù, a terra, ammanettato e con le gambe bloccate da un altro agente. Come nel caso di George Floyd, Lopez non sembra opporre resistenza. Come nel caso di George Floyd, è morto per asfissia e per abuso dell’uso della forza da parte della polizia.

Infine, Joao Pedro, detto Pedrito per la giovanissima età: appena 14 anni. La sua colpa era vivere, come tanti altri milioni di neri brasiliani, in una favela di Rio de Janeiro. Lo scorso 29 maggio era in casa quando i militari, nel corso di una operazione anti-droga, hanno fatto irruzione sparando in tutto 70 colpi di arma da fuoco all’impazzata per poi cercare, invano, di nascondere il corpo inerme del ragazzo. Il movimento #BlackLivesMatters, a queste condizioni, è destinato ad espandersi presto al subcontinente americano.

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