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Asfalto e perdita di habitat: la lotta per la sopravvivenza del tapiro sudamericano

C’è una minaccia emergente che mette a rischio la sopravvivenza di uno dei più antichi animali che calpestino le foreste tropicali sudamericane: oltre il bracconaggio e la contaminazione da pesticidi dei suoli che abita, la frammentazione dell’habitat naturale ha portato il tapiro di pianura sempre più in contatto con strade a scorrimento veloce che negli ultimi anni, sono state la causa della morte per incidente stradale di molti esemplari.

A darne notizia nella Giornata Mondiale del Tapiro che cade oggi è il Parco Natura Viva di Bussolengo che con Alba, Irene e Rondel inseriti nello European Endangered Species Program, supporta il lavoro in campo di Patricia Medici, la più grande conservazionista di questa specie attualmente in attività. “Sto contribuendo a salvare il tapiro o ne sto solo documentando l’estinzione?” si chiede la ricercatrice oggi, mentre lavora da casa all’elaborazione dell’ultima raccolta dati che insieme al suo team, era riuscita a portare a termine a Morro do Diabo, nell’Atlantic Forest brasiliana, prima del lockdown.

“La conservazione al tempo del Coronavirus non si ferma”, spiega Caterina Spiezio, responsabile del settore ricerca e conservazione del Parco Natura Viva di Bussolengo. “Patricia Medici con i suoi studi in campo, è riuscita a stimare il numero di esemplari vittime di un’autostrada che attraversa per 20 chilometri il parco nazionale Morro do Diabo, nello Stato di Saõ Paolo: in media, ogni anno 6 tapiri perdevano la vita in incidenti con automobili e camion e la previsione sarebbe stata di azzerare nel giro di 40 anni tutta la popolazione vivente in quell’area”.

Così, grazie ad un movimento di opinione pubblica, vennero istallati radar e segnali stradali, che portarono le morti da 6 all’anno a una ogni 3 anni. Ma il lavoro di tutti non potrà fermarsi qui - ribattezzato “il giardiniere della foresta”, il tapiro è una specie chiave dell’ecosistema forestale che, grazie alle lunghe percorrenze e all’alimentazione erbivora, rappresenta il più efficace fertilizzante naturale in circolazione. Già “vulnerabile” di estinzione, negli ultimi 30 anni ha subito un declino del 30% e purtroppo, l’andamento non sembra essere quello di un’inversione di tendenza.

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