Le ceneri di Gramsci nel deserto di Bolsonaro*

di Roberto Vecchi

Un titolo impegnativo va in un qualche modo motivato. Il primo riferimento, molto noto, rinvia alla serie di poemetti di Pasolini dedicata a Gramsci (quella in cui il poeta- regista fissa quella sua famosa posizione gramsciana: “lo scandalo di contraddirmi di essere con e contro di te”) e, più letteralmente, al tumulo del cimitero degli Inglesi di Roma dove è inciso “Cinera Gramsci”. Funziona la immagine delle spoglie di Gramsci come una immagine che serve a esplorare un “pensiero” dei più ermetici –ammesso che esista- come quello del Presidente Jair Bolsonaro che ha assunto il pensiero del filosofo italiano come un nemico giurato di una posizione ideologica confusa e cattiva.

Perché le ceneri di Gramsci sono cosi scomode per la destra brasiliana? La domanda permette di approfondire alcuni aspetti del “discorso” bolsonarista. Il suo quadrante non si regge su una linea logica o su aspetti idealistici riconducibili a qualche matrice critica. Appare molto di più come un affastellato coagulo tenuto insieme essenzialmente da un collante: il risentimento.

Ma come si può schematizzare (pur essendo già schematico e poco denso sul piano semantico) il discorso di Bolsonaro? La sua pratica scissa da una idea di prassi è apprezzabile quotidianamente ed essitono oggi anche alcuni gia solidi strumenti critici per interpretarlo. Un primo tratto che emerge è la sostanziale linearità tra campagna elettorale (dove l’occultamento dei limiti del candidato e’ stato il risultato di una pianificazione vincente) e i mesi a tutt’oggi di presidenza.

Il solco è quello che struttura i cosiddetti “hate speeches” che i linguisti e filosofi (Judith Butler. Parole che provocano. Per una politica del performativo. Trad. de Sergia Adamo. Milano: Raffaello Cortina, 2010) in tempi come questi possono approfondire con una molteplicità di esempi. Nel quadro di crisi (o di collasso) del potere sovrano, i “performativi” linguistici sovrani che si strutturano su ingiurie servono per gerarchizzare socialmente i bersagli delle offese, promuovendo una subordinazione strutturale. La prima vulnerabilità della vittima predestinata è soprattutto una vulnerabilità linguistica. Non è materia di cui Bolsonaro si occupi ma esiste una enorme bibliografia teorica sul tema da una ventina di anni.

Sul piano del significante, della morfologia del discorso di Bolsonaro, nella parte finale della campagna elettorale mi sono reso conto di una analogia tra il discorso di Bolsonaro e un altro discorso di cui avevo memoria. Se da internet recuperiamo i due orribili libri di Carlos Alberto Brilhante Ustra, il famigerato e abietto aguzzino della OBAN e del DOI CODI, Rompendo o silêncio (1987) e A verdade sufocada: a história que a esquerda não quer que o Brasil conheça (2006) spuntano delle curiose similitudine tra le forme retoriche di Ustra e quelle del presidente Bolsonaro: la stessa amalgama di sacralità religiosa e di violenza verbale, di parodica coscienza morale, di mitologia civilizzatrice e di argomentazione aggressiva e tagliente.

“Em primeiro lugar elevo meu pensamento a Deus. Peço a Ele que ilumine a minha mente. Que eu seja sincero e relate unicamente a verdade, sem ofender ou caluniar a quem quer que seja. Sei o que é ser caluniado. Que eu atinja os objetivos a que me propus quando decidi escrever este livro”.

La costruzione di una posizione confortevole di vittima che pero distrugge l’intero universo che non gli aggrada: la violenza linguistica come strumento di costruzione di identità e appartenenze. Se ci si aggiunge il ricco catalogo scatologico di Olavo de Carvalho possiamo riunire le matrici che alimentano le forme di discorso bolsonariste all’apparenza originali della nuova politica sempre rivendicata.

In realtà, emerge con chiarezza la natura imitativa e mimetica di questo discorso. Bolsonaro insomma non inventa nulla ed è anzi un bulimico riciclatore di simboli, significanti, artifici del passato.

Ma non si tratta solo della forma. Anche il significato ha un suo peso rilevante e qui l’accanimento verso alcuni simboli in un certo senso è rivelatore. Se qualcuno ha avuto modo di sfogliare il programma elettorale di Bolsonaro, prima della sua emersione come candidato da agosto 2018 quando sono iniziate, anche se per poco con lui, le tribune elettorali televisive, si sarà reso conto di due caratteristiche evidenti. La prima la estemporaneità del programma che rasentava un taglia-incolla vistosamente approssimativo. Il secondo l’enorme risentimento espresso contro due figure intellettuali considerate responsabili del “Marximo culturale”, Paulo Freire (di cui si dovrebbe “expurgar a ideologia educacional”) ma anche e soprattutto Antonio Gramsci.

“Nos últimos 30 anos o marxismo cultural e suas derivações como o gramscismo, se uniu às oligarquias corruptas para minar os valores da Nação e da família brasileira”.

L’elezione dei due bersagli, ma in particolare di Gramsci, dal punto di vista discorsivo rappresenta una citazione piuttosto grossolana, del tutto priva di fondamento critico, di una linea di pensiero le cui radici oggi sono note ed evidenti. Per i tempi della periodizzazione storica (che coincidono con larga parte della democratizzazione post 1985) per l’associazione risentita del “gramscismo” ad “oligarchie”, la bandiera che viene issata è del tutto pretestuosa e falsa. Al contempo illumina una genealogia che recentemente lo storico Lincoln Secco ha messo a fuoco con precisione (Lincoln Secco, “Gramscismo: Una Ideología De La Nueva Derecha Brasileña”, em: Revista Política Latinoamericana, Buenos Aires, (7), 2018, pp. 2-8).

Da un lato il rigetto del “politicamente corretto” - altro cavallo di battaglia elettorale - deriva da una appropriazione, come sempre, alle ossessioni dei neoconservatori statunitensi degli anni ‘80 - i cosiddetti “paleoconsertives oggi divenuti gli “alt-right” (Eduardo Costa Pinto, “Bolsonaro e os quartéis - A loucura com método”, Textos para Discussão 06 (2019), p.4) - mostrando come il dispositivo retorico elettoralistico rinviasse direttamente alla citazione delle elezioni di Donald Trump.

Dall’altra parte, rispetto a Gramsci, le teorie cospirative sul potenziale subdolamente politico del concetto di egemonia di Gramsci (opposto a quello di rivoluzione) risalgono all’indomani della campagna di repressione e sterminio della resistenza armata negli anni ‘70 e, già a partire dagli anni ‘80, avviene un cambio di strategia visto che l’ombra sovversiva del nemico interno viene proiettata sul lavoro di organizzazione politica.

La fobia del “gramscismo” - già improprio nella stessa denominazione che rinvia a un ismo ideologico e non ad una filosofia - si dilata con la ridemocratizzazione occupando libri (A Revolução Gramscista no Ocidente: a Concepção Revolucionária de Antônio Gramsci em os Cadernos do Cárcere, del 2002, del Generale Sérgio Augusto de Avellar Coutinho libro raccomandato nel 2014 nel blog della “Familia Bolsonaro”) oppure occupa blog come antigramsci.blogspot.com dove si denuncia il contagio gramsciano con intellettuali di diversa provenienza e professione politica (Piaget, la Scuola di Francoforte, Said. Bachtin ecc). Ma il contributo tra virgolette teorico non poteva che venire da Olavo de Carvalho che nel 1994 pubblica un volume dedicato tra gli altri anche a Gramsci, A Nova Era e a Revolução Cultural: Fritjof Capra & Antonio Gramsci. Il capitolo dedicato al filosofo italiano è delucidativo da una parte della superficialità critica del guru della nuova destra, dall’altra di come vengano spacciate per esegesi in realtà forme acritiche ed ideologiche di deformazione, ironia, ribassamento, abbondantemente condite di metafore sessuali (Secco) utilizzate per sostituire con l’insulto identitario qualunque scrupolo di ragione o di logica. Progressivamente poi emerge il vero bersaglio della damnatio gramsciana che è il “gramscismo petista”.

L’effetto che i social media determinano da basi come queste è evidente: dal piano della superficialità si passa a quello dell’assurdo naturalizzato che sfonda qualunque muro di credibilità eppure circola, in un medium dove il paradosso può diventare facilmente principio di realtà. Come è stato notato si tratta di una manipolazione razione della irrazionalità, delle paranoie, dei fantasmi dei seguaci/followers che si sintonizzano su questo discorso.

Se Gramsci offre una semantica riportata al “bolsonarismo”, che conferma come non vi sia nulla di originale ma semplicemente il riciclaggio di materiali e oggetti già esistenti, cosa resta al discorso bolsonarista? Cosa caratterizzerebbe la nuova politica che viene invocata per motivare anche goffaggini e plateali errori da parte di chi si dice cambierà la scena pubblica? Bolsonaro cita - male - discorsi e parole già consacrati e noti pur provando a spacciare come nuovo quello che è un ricalco maldestro di cose già dette e diffuse.

Questa piega arcaica nella novità professata ci dice molto sulla rivoluzione che anche nel campo di battaglia linguistica e di storia concettuale è sempre stata per i militari e le élite il sinonimo di restaurazione e non di cambiamento. In fondo è soltanto una questione lessicale e il blocco civile militare del 1964 aveva già dimostrato di sapersi appropriare dei simboli (come proprio il termine rivoluzione) iscritti molto di più nel discorso dei nemici, per annientarne anche le parole.

Se il discorso di Bolsonaro non rivela alcuna novità ma ripristina un passato nemmeno troppo lontano, sia sul piano della forma, sia su quello concettuale, è interessante domandarsi come la banalizzazione di questo sprofondamento nel passato, del rovesciamento della incompetenza in virtù abbia reso possibile una vittoria elettorale delle dimensioni che ha avuto l’attuale presidente. Qui stride un contrasto che si deve evidenziare.

Il presente politico è stato costruito attraverso la strategia di un doppio tempo, una doppia trazione, un movimento di contrazione ed espansione, di sistole e diastole, in cui anche i limiti del presidente non solo non sono stati ignorati o sottostimati (non è stata una chiave della vittoria il suo occultamento mediatico ancora prima dell’accoltellamento?) ma sono parte di un ingranaggio narrativo che sta facendo il suo corso.

Il primo tempo è stato quello elettorale. Le dimensioni del consenso di Bolsonaro sono state create attraverso una attenta ed abile economia del risentimento. Un candidato di destra ma popolare (non appartenente cioè alle élite) ha convogliato il voto di protesta di chiunque avesse critiche, dissidenze, diversità di punti di vista con i governi del PT. Il risentimento funziona infatti, secondo la teoria mimetica di Girard (René Girard. Il risentimento. Lo scacco del desiderio nell’uomo contemporaneo. Trad. de Alberto Signorini. Milano: Raffaello Cortina, 1999. p. X) come un sentimento ambiguo, relazionale e reattivo che si produce sempre in rapporto a un altro sociale (o alla propria azione potenziale) che ci umilia e ci condanna a un isolamento mentre si professano valori sociali, all’apparenza, ugualitari e omogenei. Il risentimento (Maria Rita Khel) sarebbe in teoria il contrario della politica perché non si preoccupa della trasformazione ma si nutre da sentimenti reattivi, di vendetta immaginaria o rinviata, mantenuta da una memoria che registra solo le lamentele affettive e sterili. Questi processi, che le nuove tecnologie permettono di combinare anche se molto distanti gli uni dagli altri. Sono stati coordinati e gruppi sociali diversissimi e teoricamente in competizioni si sono ritrovati sul piano generale del risentimento comune.

Il secondo tempo è quello attuale, dei primi mesi di una presidenza dalla parvenza surreale che gira clamorosamente a vuoto. Anche questo movimento non è frutto del caso (come l’altro) ma risponde ad un impulso di frantumazione. Non sembra esserci attore in grado di resistere alla furia della situazione: dalla Globo, ai giornali delle élite finanziarie, da Temer non escludendo anche i militari, il gruppo che fornisce una cinghia di trasmissione essenziale al governo. Nemmeno Bolsonaro sembra esserne immune.

Non è certo Jair Bolsonaro che articola i frammenti per erigere il suo edificio politico. Da questo punto di vista Bolsonaro non è inappropriato ma è perfetto nelle sue inettitudini plateali e goffe. Sembrerebbe l’antitesi di tutti i possibili soggetti sovrani, ma in verità in questo tempo secondo diventa visibile il soggetto sovrano che probabilmente regge questa situazione e un soggetto sovrano misto, anche non nazionale, non brasiliano, economico e geopolitico, che si avvantaggia della frammentazione destinata molto probabilmente ad espandersi ulteriormente. L’idea di una folclorica e variopinta compagine ministeriale è solo un paravento voluto. In verità la sua inadeguatezza è un meccanismo del gioco a partire dal suo stesso presidente, passando per il filosofo di fiducia Olavo de Carvalho e per figure ministeriali che sono l’antitesi della competenza e della credibilità. Anche questo insomma, non è uno scenario nuovo, ma una poderosa opera di riciclaggio. La disgregazione è stata nella storia del Brasile uno strumento di dominazione (si pensi per esempio alla República Velha ma anche ad epoche storiche successive, dallo Estado Novo alla dittatura del 1964).

Qui sorge la seconda metafora del titolo di questa presentazione: il deserto di Bolsonaro. Il deserto di Bolsonaro è il ritorno a una permanenza nella storia del Brasile. Tanto che la sua rivelazione e denuncia risale a uno scrittore, Euclides da Cunha, che aveva associato, in un articolo del 1901 pubblicato sull’Estado de São Paulo, “Fazedores de deserto”, poi ripubblicato nel volume Contrastes e confrontos (1907), la immagine del deserto proprio ad una tipologia di modernizzazione, quella escludente e retta dalla violenza di stato, che faceva vittime soprattutto tra i segmenti più precari e fragili della popolazione. Anche questo, il deserto, la produzione del deserto, è qualcosa di già visto, un déjà-vu ricorsivo. Una geografia esplorata e nota nella storia degli abusi di potere che hanno creato una densa tradizione politica in Brasile. Nulla di nuovo dunque sotto il sole. Neanche questa volta. Ma in questa storia a volte monotona imprevedibilmente ci sono squarci inattesi che possono cambiarne il corso. Anche questa è un’altra lezione brasiliana.

*Una versione espositiva di questo intervento è stata presentata al seminario “Brasile: democrazia in crisi. Un allarme per l’America Latina”, Roma, Università Lumsa, 14 maggio 2019.

Autore: Roberto Vecchi

Università di Bologna