Perché gli Usa sono la variabile decisiva nei rapporti tra Cina e America Centrale

di Niccolò Locatelli

In nessuna parte del mondo l'impatto dell'ascesa economica della Repubblica Popolare Cinese è stato così forte e negativo come in America Centrale. I sette paesi compresi tra il Messico (che si considera Nord America) e la Colombia - Guatemala, Belize, Honduras, El Salvador, Nicaragua, Costa Rica, Panamá, circa 45 milioni di persone - hanno subito e continuano a subire la concorrenza della Cina.

Per loro l'ingresso di Pechino nel commercio internazionale ha avuto per lungo tempo soltanto conseguenze negative. A quarant'anni dall'avvio delle riforme in senso capitalista di Deng Xiaoping, e a quasi venti dall'ingresso della Cina nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (11 dicembre 2001), l'evoluzione della potenza economica dell'Impero del Centro e la lenta emersione di una componente geopolitica nella sua apertura al mondo possono offrire ai paesi centroamericani qualche opportunità. Ma la variabile fondamentale in qualsiasi considerazione sull'area non sono né i sette Stati che la popolano né la Repubblica Popolare Cinese: sono gli Stati Uniti d'America.

"Giardino di casa" per eccellenza degli Usa, che nel XIX e nel XX secolo qui sono intervenuti più volte militarmente per installare o difendere governi a loro affini, l'America Centrale è dipendente da Washington sotto molteplici punti di vista.

In ambito economico, gli Stati Uniti sono il principale socio commerciale di tutti i paesi dell'area, hanno accordi di libero commercio con tutti a eccezione del Belize, sono il principale investitore estero e la principale origine delle rimesse dei migranti, una componente essenziale del prodotto interno lordo regionale (circa il 10%, rispetto a una media mondiale inferiore all'1%).

La stessa struttura delle economie centroamericane espone il loro andamento a oscillazioni provenienti dal vicino settentrionale. Il settore agricolo, che rimane decisivo anche in chiave occupazionale, è orientato all'esportazione verso gli Usa e controllato da aziende statunitensi. Caffè, banane e ananas, come tutte le materie prime, sono più esposte alla volatilità dei prezzi rispetto ai beni industriali. Quanto a questi ultimi, il Centroamerica (con il Messico) si è specializzato nel tessile, nell'elettronica e nella componentistica per automobili, facendo leva sulla vicinanza agli Usa e su un ampio paniere di giovani disoccupati. Ciò ha permesso di tenere basso il costo del lavoro. Non abbastanza, però, nel momento in cui su questi beni a basso valore aggiunto è arrivata la concorrenza cinese.

A differenza dei paesi sudamericani, i centroamericani non hanno goduto di nessuno dei benefici associati all'ascesa cinese. Sono privi delle materie prime che interessano Pechino e che hanno fatto storicamente la (s)fortuna degli Stati a Sud di Panamá, dal petrolio al rame, dalla soia al ferro. A partire dall'inizio del XXI secolo, la richiesta cinese di queste risorse ne ha determinato un aumento del prezzo che ha beneficiato le finanze di paesi come Argentina, Brasile, Cina e Venezuela, ma ha penalizzato quelle centroamericane.

A completare un quadro negativo, la suddetta concorrenza del gigante orientale nei settori industriali precedentemente appannaggio dei vicini di emisfero degli Stati Uniti. L'irrisorio costo del lavoro rendeva più conveniente produrre o acquistare dalla Cina malgrado la distanza - fattore che si rivelava meno svantaggioso di quanto si potrebbe pensare anche a causa dell'arretratezza delle infrastrutture e dei trasporti centroamericani.

La crisi scoppiata nel 2008 rappresentava un colpo potenzialmente letale per i paesi della regione, sui quali si scaricava il combinato disposto della concorrenza cinese e del drastico calo della domanda da parte degli Stati Uniti.

Nell'ultimo decennio la situazione è parzialmente mutata, non tanto per iniziativa dei paesi centroamericani - che pure stanno lentamente potenziando il settore dei servizi (turismo, finanza, logistica attorno al Canale di Panamá) - quanto per questioni legate alla Cina.

Qui la produzione di beni a basso valore aggiunto ha raggiunto la maturità ed è divenuta meno conveniente. La guerra commerciale dichiarata dagli Stati Uniti - aspetto di una più ampia partita geopolitica che vede affrontarsi l'attuale superpotenza e il suo unico sfidante - offre un ulteriore disincentivo alla delocalizzazione nell'Impero del Centro, favorendo indirettamente il Centroamerica.

La Repubblica Popolare Cinese ha inoltre iniziato a corteggiare i paesi dell'emisfero occidentale per aumentare l'isolamento della Repubblica di Cina (Taiwan). Attualmente la Repubblica di Cina è riconosciuta da appena 15 paesi nel mondo; di questi, i centroamericani sono quattro: Belize, Guatemala, Honduras, Nicaragua. Erano sette, cioè tutti, fino a meno di un quindicennio fa. Costa Rica, Panamá ed El Salvador hanno rotto le relazioni diplomatiche con il governo dell'isola e allacciato quelle con la Cina continentale rispettivamente nel 2007, 2017 e 2018, ottenendo un aumento dell'interscambio commerciale e l'inserimento nella lasca cornice delle "nuove vie della seta".

Attraverso l'espansione delle relazioni con l'America Latina Pechino persegue dei benefici non tanto economici quanto geopolitici. Uno è il crescente isolamento di Taiwan. L'altro è l'acquisizione di uno strumento di pressione - che può facilmente trasformarsi in pedina negoziale - nei confronti degli Usa. La Cina non gradisce l'attivismo statunitense in quella che reputa la propria sfera d'influenza (mari cinesi e sudest asiatico, epicentro dello scontro tra le potenze) e vuole dimostrare di poter a sua volta essere presente nel "giardino di casa" a stelle e strisce; al momento in maniera non ostile, in futuro chissà.

Proprio gli Stati Uniti rimangono perciò la variabile decisiva nei rapporti tra la Cina e i paesi centroamericani, visto che la dipendenza di questi ultimi dal loro egemone emisferico è destinata a perdurare. I paesi della regione potranno trarre beneficio dall'aumento degli scambi con Pechino, ma la ridotta compatibilità tra le rispettive economie e la necessità di ottemperare alle indicazioni geopolitiche degli Usa impediranno un avvicinamento eccessivo all'Impero del Centro.

Autore: Niccolò Locatelli

Coordinatore Limesonline

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