Il pendolo della Bolivia che viene e va

di Eugenio Marino

“…E il pendolo va e viene
e ancora arriva e se ne va
e dopo essersi allontanato torna
e dopo essere tornato si discosta
e cambia l'itineranza
e le barche vanno e vengono
e quelli che oggi hanno tutto,
domani implorano qualcosa
e la ruota non si stanca
di scompigliare i destini
di rinfrescare la memoria.
E le vie di andata
in vie del ritorno si trasformano,
perché questo: una porta girevole,
non più di questo,
è la storia…”.

Con queste parole Jorge Drexler, cantautore ebreo nato in Uruguay da genitori ebrei scappati dalla Germania nazista, nel brano “Bolivia” rende omaggio al piccolo Paese sudamericano che seppe accogliere gli ebrei in fuga dai nazisti e che negli ultimi tredici anni, con la guida del Presidente indigeno Morales, ha fatto progressi come mai era avvenuto nella sua storia.

Progressi economici e non solo: il PIL pro capite dal 2006 è cresciuto del doppio rispetto a quello dell’America Latina; l’inflazione interna è relativamente bassa ed è combinata a un considerevole aumento dei salari minimi; il potere di acquisto della stragrande maggioranza dei boliviani è migliorato; l’occupazione è aumentata; il tasso di povertà è stato quasi dimezzato, passando da 60% del 2006 al 35% di oggi; il tasso di povertà assoluta si è più che dimezzato, passando dal 37% del 2006 al 15% di oggi.

Quindi la produzione e redistribuzione della ricchezza in un contesto di rafforzamento del sistema democratico, combinate all’equità economica e ai diritti sociali – soprattutto degli indigeni – sono state i pilastri democratici della politica di Morales.

Ma allora perché il “pendolo” che in questi anni è andato stabilmente verso Morales oggi torna a destra, verso le spinte del passato e delle “élite bianche, ricche e ultraliberiste legate all’esercito e agli Usa”?

Perché Morales si è dovuto dimettere rischiando, ora, persino la galera dopo aver subito il saccheggio della propria abitazione ed essere stato costretto alla “clandestinità”?

Perché “quelli che hanno tutto”, dopo il 20 ottobre scorso, sono scesi in piazza, anche con violenza e “implorano qualcosa/ e la ruota non si stanca/ di scompigliare i destini”?

Evidentemente perché la democrazia è anche (per fortuna) un insieme di regole rigide, un metodo che si fa sostanza, con riti, forme, tempi, garanzie, pesi e contrappesi, che richiedono rispetto.

Proprio grazie alla democrazia Morales ha potuto diventare presidente e fare tutto ciò che di buono ha fatto. Proprio grazie alla democrazia può sperare domani di far progredire ancora il suo popolo e il suo Paese. Ma questo il presidente indigeno non lo ha capito per tempo, nonostante la sconfitta al referendum con il quale voleva darsi la possibilità di una ricandidatura. Non lo ha capito quando si è ripresentato alle elezioni nonostante la sconfitta al referendum. Non lo ha capito perché, per narcisismo o perché pensava che aver ben governato (comunque meglio di qualsiasi predecessore) autorizzasse la forzatura, la violazione delle regole democratiche. Ma così non è stato, perché le regole hanno prevalso, persino fornendo un alibi e una copertura alle opposizioni sbagliate, costringendolo alla rinuncia, alla fuga. Che peccato!

Lula, alla fine del suo secondo mandato, aveva in Brasile un gradimento dell’80% e avrebbe potuto cambiare la Costituzione per essere rieletto per la terza volta consecutiva. Ma non lo fece, per rispetto della Costituzione, delle regole. E oggi, nonostante i problemi giudiziari e la ingiusta carcerazione è ancora il leader brasiliano (e non solo) col più alto gradimento e in grado di vincere le elezioni. Molti hanno creduto che Lula abbia sbagliato a uscire di scena come protagonista quando il dettato costituzionale lo esigeva. Forse lo ha creduto anche Morales che, quando è toccato a lui non ha voluto incorrere nello stesso “errore”. Il precipitare della situaizone in Bolivia dimostra che ha preso un abbaglio, che sta pagando più del dovuto. Più del dovuto perché dopo le dimissioni, il possibile arresto sembra un accanimento ingiusto.

Inevitabile chiedersi in queste ore se a guidare l’offensiva contro Morales non siano élite immature e poco sensibili ai diritti sociali e degli indigeni, classi dirigenti ultraliberiste che mirano a privatizzazioni selvagge, svalutazione del lavoro salariato e austerità. Ricette che conosciamo bene, destinate a far esplodere ingiustizia e diseguaglianze. Con molti limiti, Morales negli anni del suo mandato ha tenuto insieme (e lo ha fatto progredire) un popolo e un Paese percorso da fratture profonde, di natura storica, etnica, religiosa e sociale. Non è tutto, forse, ma non è poco. Ecco perché, dopo le dimissioni di Morales, che hanno evitato il degenerare della crisi in un bagno di sangue, va garantita la sua libertà personale e politica nel Paese e vanno organizzate nuove elezioni libere e democratiche alle quali l’opinione pubblica internazionale deve sì guardare con attenzione e interesse, ma senza ingerenze.

Se così non sarà, la ruota non si stancherà "di scompigliare i destini/ di rinfrescare la memoria” e la storia continuerà a essere in Bolivia e in America Latina “una porta girevole” crudele, dove il riscatto dura il lampo di una leadership.

Autore: Eugenio Marino

Eugenio Marino è nato a Crotone nel 1973. Vive a Roma e si occupa di emigrazione. Ha vissuto in Calabria fino alla maturità, per poi proseguire gli studi a Roma, dove si è laureato in lettere moderne con una tesi sui rapporti tra letteratura e canzone italiana d’autore. Dopo la laurea, ha conseguito un master in giornalismo e comunicazione pubblica. Ha collaborato con agenzie di stampa, giornali e siti web. È autore di “Andarsene sognando. L’emigrazione nella canzone italiana”. E’ stato responsabile del Pd per gli italiani nel mondo.