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Il Gran Cammino Inca diventerà una mostra

Il Gran Camino Inca o Qhapaq ñan, che in lingua quechua significa Cammino del re, è un percorso di oltre 30mila chilometri al quale sono collegati più di 200 siti archeologici e che attraversa sei paesi dell’America Latina: Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Argentina, Cile. Una rete di strade nata sotto l’Impero Inca tutte collegate a Cusco, la capitale dell’impero.

Oggi rappresenta un patrimonio storico-culturale inestimabile che nel 2014 ha ottenuto il riconoscimento di patrimonio mondiale dell’Unesco. Sul Cammino dell’Inca l’IILA, l’Organizzazione internazionale italo-latino americana, sta organizzando una mostra che verrà inaugurata il 18 aprile del 2020 a Roma, presso il Museo delle Civiltà.

Sul tema è stata organizzata anche una conferenza, nell’ambito del Festival della diplomazia, ospitata ieri nella sede dell’Iila dal titolo “Qhapaq ñan. Il Grande Cammino delle Ande. Diplomazia Culturale e Patrimonio Mondiale”, a cui hanno partecipato l’esperta Nuria Sanz (Nazioni Unite), l’antropologo Franco La Cecla e il filosofo Antonio Aimi.

Come ha sottolineato Sanz, il Qhapaq ñan è allo stesso tempo un esempio di opera storica, archeologica, ma anche e soprattuto “un fenomeno culturale, un’espressione culturale andina molto forte”. “Il Qhapaq ñan - ha aggiunto Aimi - si basa su diversi piani, in una visione molto articolata: dall’archeologia alla concezione del mondo secondo un’organizzazione sociale e religiosa”. Secondo La Cecla “non si può comprendere il cammino senza parlare con le persone, non si può fare ricerca archeologica se non si fa anche ricerca sull’oralità” e su “un sentimento identitario”. Secondo l’antropologo il Qhapaq ñan “non è solo una strada ma è una concezione del tempo, dello spazio, di rapporti umani”, una “costellazione di presenze, che costantemente rimandano ad un dialogo coi luoghi come dimensione personale”.

Questo articolo è disponibile anche in: ES

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