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Il presidente del Senato: "Non c'è una guerra in corso in Cile"

Il Presidente del Senato cileno Jaime Quintana appartenente al partito di opposizione Partido por la Democracia, intervistato da Rai Radio3Mondo sulla situazione politica in Cile, dove la popolazione è in rivolta dal giorno in cui il presidente Pinera ha aumentato il prezzo dei biglietti della metropolitana.

 Il presidente Pinera parla di un paese in guerra, è d’accordo?

Non condividiamo l’opinione del presidente Pinera: il Cile non è in guerra con alcun paese né con elementi interni.  Credo che lo stato di emergenza applicato sia stato affrettato. Contro chi potremmo mai essere in guerra? Questo noi non lo condividiamo affatto. Noi non stiamo in guerra.

Cosa pensa della situazione e della crisi in corso?

E’ la più grande crisi che ci sia mai stata da un punto di vista delle proteste dal momento della svolta democratica.  Nell’arco di 30 anni non ho mai visto niente di simile. Questa è una protesta per dire no all’aumento delle tariffe per il trasporto metropolitano. Ma esiste un’altra  situazione che si  è sviluppata in un arco di tempo in cui  il mondo politico, inclusa la destra,  si è ostinato a mantenere un sistema neoliberale in Cile,  dove non ci sono diritti garantiti di fronte al mercato, non per l’educazione  né  per la salute,  e in cui nemmeno le pensioni sono garantite:  un dolore per il popolo cileno, per cui le pensioni sono molto importanti.

C’è un modello economico che impedisce l’accesso alla salute, all’educazione. Ma il tema centrale sono appunto le pensioni perché in Cile abbiamo una popolazione anziana cresciuta del 75%.  E c’è una maggiore aspettativa di vita, per cui le persone sono preoccupate, e hanno ragione. Chi sta andando in pensione ora, lo fa con pensioni molto basse.  Perché il nostro modello non è un modello adeguato. E dobbiamo capire che altri paesi stanno affrontando questo tipo di situazioni e ci hanno pensato due volte prima di implementare un modello come quello che stiamo adottando qui in Cile.  E quindi stiamo attraversando una protesta che nessuno aveva mai visto.

Pensa che la democrazia cilena è a rischio in questo momento?

Non credo che ci sia un vero rischio per la democrazia, anche se la mia affermazione può essere contraddetta. Però la cosa più importante è di riuscire a trovare un accordo politico-sociale.  Perché siamo chiari, l’agenda del presidente Pinera,  con la quale ha ottenuto una grande maggioranza alle elezioni, è molto difficile che venga buttata via, come se non fosse successo nulla.  E quindi la collaborazione che io ho proposto al presidente Pinera, richiede che si faccia carico di altre priorità, come per esempio il tema delle pensioni, o come il tema dell’acqua.  Nella costituzione il tema dell’acqua è rilevante perché tutti dovrebbero averne un uguale accesso, e invece questo è l’unico paese al mondo in cui l’acqua è trattata come una merce che si contratta al mercato.  C’è un problema enorme anche con l’alto costo dei medicinali, le tariffe elettriche, con la mancanza di medici specializzati.  E quindi ho fatto una proposta al governo, e speriamo che la raccolga, di fare un accordo nazionale, perché le soluzioni devono andare molto al di là della questione della tariffa della metro.

Le cronache di queste riportano la memoria  ai tempi di Pinochet, qual è la prospettiva della protesta di oggi?

In Cile quando si vedono  i militari in strada il pensiero va  a una caratteristica propria della dittatura. Normalmente la democrazia quando promulga lo stato di emergenza, la legge marziale, lo fa in caso di catastrofi naturali, non per placare una protesta sociale.  Però si, oggi questo è una realtà. Il presidente ha le facoltà per richiedere lo stato di emergenza, e le ha usate. Noi speriamo che questo venga accantonato per lasciare il posto a un’agenda politica, e speriamo che il Cile torni alla normalità come lo è stato per molti anni.

 

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