Un futuro rinnovabile per l’America Latina

di Fiorella Favino

Poche volte il tema del cambiamento climatico e dello sviluppo sostenibile è stato centrale nel dibattito politico internazionale come nelle scorse settimane. Merito da un lato della mobilitazione della società civile, che ha visto il 27 settembre manifestare milioni di giovani in tutto il mondo, dall’altro della crescente sensibilità di forze politiche e decision makers rispetto ai temi della sostenibilità ambientale.

Lo scontro tra i negazionisti della crisi climatica e quanti invece spingono per agire rapidamente per invertire una rotta considerata suicida da numerose autorità scientifiche internazionali indipendenti – a cominciare dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) – è andato plasticamente in scena nei giorni scorsi a New York, in occasione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e ha assunto da un lato il volto dell’attivista svedese Greta Thunberg, dall’altro quello dei leader di alcuni grandi attori globali, come Donald Trump, che non ha lasciato alcuno spazio alle questioni ambientali nei loro interventi, o come in quello del presidente brasiliano Jair Bolsonaro, che ha risposto alle preoccupazioni del mondo sui rischi che corre la foresta amazzonica minimizzando e anteponendo le ragioni dello sviluppo economico a quelle ambientali.

Tali prese di posizione, scientificamente infondate e dettate in gran parte da ragioni di opportunità economica ed elettorale di breve termine, stanno purtroppo traducendosi in azioni politiche concrete, che rischiano di segnare una battuta d’arresto, se non un vero e proprio un arretramento – è questo il caso, ad esempio, del ritiro statunitense dall’accordo di Parigi – nell’azione internazionale messa in campo con determinazione alcuni anni fa nella lotta al cambiamento climatico.

Sullo sfondo di questo confronto acceso si staglia la realtà delle cose, dalla quale, fortunatamente, emergono alcuni sviluppi che spingono ad un cauto ottimismo. Una notizia incoraggiante riteniamo sia certamente la considerevole crescita della quantità di energia prodotta a livello globale da fonti rinnovabili e a basso impatto climalterante sia in termini assoluti sia come quota parte del mix energetico complessivo. Tale processo di sostituzione delle fonti fossili tradizionali con energie “pulite” sta avvenendo, sebbene in maniera non uniforme, a tutte le latitudini ma, e questo è un elemento significativo, con un ritmo più rapido nei paesi in via di sviluppo e di recente industrializzazione.

Dall’ultimo Emerging Markets Outlook pubblicato da Bloomberg NEF-New Energy Finance nel novembre 2018 emerge infatti che proprio queste realtà sono oggi capofila del processo di transizione verso le energie pulite. “Nel 2017 – si legge nel rapporto - la maggior parte della nuova capacità di produzione di energia a zero emissioni di carbonio del mondo è stata costruita nei paesi in via di sviluppo. Un totale di 114 GW (inclusi nucleare e idroelettrico nonché "nuove fonti rinnovabili") è stato aggiunto in queste nazioni, rispetto a circa 63 GW aggiunti nelle nazioni più ricche”. Un sorpasso, quello del “Sud” rispetto al “Nord” del mondo, che giunge al termine di un lungo processo di trasformazione e adattamento impensabile solo dieci anni fa, soprattutto se si considera che di questi 114 GW, ben 94GW provengono da solare ed eolico.

In questo quadro generale interessante è il caso specifico dell’America centrale e meridionale. L’America Latina è infatti un’area del pianeta ancora interessata da una crescita rilevante dei consumi energetici legata ai processi di sviluppo economico e sociale (illuminazione di case e strade, elettrificazione di ampie zone ancora non raggiunte, innovazione tecnologica applicata ai processi produttivi) che, secondo alcune stime, la porterà a raddoppiare la capacità installata di generazione elettrica entro il 2030. Nel compiere questo sforzo i paesi dell’area mostrano di puntare moltissimo sull’apporto fornito dalle energie rinnovabili.

Assai rilevante, soprattutto nelle aree che possono contare sull’abbondanza di corsi d’acqua di grande portata, è tradizionalmente il contributo al mix energetico proveniente dal settore idroelettrico. Jorge Alberto Asturias Ozaeta, direttore del Dipartimento degli Studi della Latin America Energy Organization (OLADE) ci ricorda che, secondo i dati a loro disposizione, nel 2015, “23 Paesi dell’America Latina disponevano di ben 677 GW di energia idroelettrica […], che nella Regione ha raggiunto così il 47% della capacità energetica totale installata. Alcuni Stati, per esempio Colombia, Costa Rica e Brasile, hanno più del 60% di elettricità [generata] da dighe o impianti lungo corsi d’acqua''. Grazie però a un mix di fattori favorevoli – una vantaggiosa legislazione dedicata e, soprattutto, un rapido e inarrestabile abbattimento dei costi frutto dell’innovazione tecnologica applicata al settore – crescente è l’apporto proveniente anche dalle altre fonti rinnovabili, in particolare da solare ed eolico.

Guardando nello specifico i singoli casi si può notare, ad esempio, la performance dell'Argentina, che conta di arrivare entro il 2025 al 20% di energia prodotta da rinnovabili, con un incremento di 10mila MW di potenza soprattutto dall’eolico; o il caso del Messico, che secondo il NEO 2019 di Bloomberg, vedrà entro il 2050 una produzione di energia “zero carbon” salire all’84%, con un conseguente taglio delle emissioni del 76%; o il Brasile, che con un mix di generazione composto da idroelettrico, solare ed eolico si propone di realizzare entro il 2050 un taglio delle emissioni di oltre l’80%; il Cile prevede invece di raggiungere entro il 2050 una quota di elettricità prodotta da fonti rinnovabili pari al 70% del mix. Notevole è anche il caso dell’Uruguay, che già pochi anni fa era arrivato a produrre il 95% dell’elettricità con energie rinnovabili e otteneva il 55% dell’intero mix energetico a disposizione dall’insieme di solare, eolico, idroelettrico e biomasse.

Questi risultati sono frutto di investimenti considerevoli realizzati nell’area negli scorsi decenni sia da soggetti imprenditoriali locali sia da grandi player globali, tra cui, a testimonianza anche della solidità delle relazioni economiche tra l’Italia e i paesi del Sudamerica, spicca Enel, che secondo il Bloomberg Climatescope 2018 risulta essere “il più grande finanziatore internazionale di energie rinnovabili non idroelettriche nei paesi in via di sviluppo nell'ultimo decennio”, con una quota di investimenti pari a 7,2 miliardi di dollari in progetti principalmente in America Latina. Con Enel Green Power Mexico, il più grande operatore di rinnovabili del paese, genera circa 1.720 MW, di cui 675 MW da eolico, 990 MW circa da solare e 53 MW da fonte idroelettrica, e sta completando diversi progetti nell’ambito sia della produzione di energia solare che nell’eolico.

Eppure, in media il contributo delle fonti rinnovabili a copertura dell'aumento della domanda di elettricità nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi negli scorsi anni è stato inferiore al 45%, mentre le fonti fossili continuano a rappresentare la quota prevalente nel mix energetico della regione. Molto rimane ancora da fare e molte sono le occasioni da cogliere.

Autore: Fiorella Favino, dottore di ricerca in Storia delle relazioni internazionali, è coordinatore di redazione della rivista bimestrale “Italianieuropei”, coordinatore di redazione del magazine digitale Atlante edito dall’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani e membro del comitato di redazione del magazine digitale il Tascabile.

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